Il mese di Settembre nel mito e nell'arte
 

Acquario

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Nonostante la rappresentazione della costellazione dell’Acquario sia decisamente diversa da ciò che istintivamente ci si aspetterebbe, ho potuto constatare che pochi si sono chiesti che cosa raffiguri. Un fatto piuttosto strano se si pensa che alla parola “acquario”, ciò che viene in mente è una vasca per i pesci e non un ragazzo che versa dell’acqua in un recipiente! Inizialmente credevo che la storia fosse evidentemente nota a tutti, ma mi sbagliavo. Ad appiattire la curiosità ho capito essere la presenza nel disegno dell’elemento “acqua”, che in qualche modo si lega alla parola “acquario” dando quindi un vago senso all’immagine.

La parola “acquario” in realtà deriva dal latino “aquarium” che significa “portatore d’acqua”, mentre l’acquario inteso come vasca per i pesci ha origini moderne derivando o dalla parola inglese “aquarium” introdotta nel 1854, o dalla stessa però francese risalente al 1860.

Ecco dunque perché nel nostro immaginario associamo la parola acquario alla vasca per i pesci, ignari della sua origine più remota.

Ancora una volta è la mitologia che ci introduce la figura dell’originario “portatore d’acqua”. Il suo nome era Ganimede ed era il figlio del secondo re

di Troia, Troo da cui prese il nome la stirpe dei Troiani. Come ci racconta Omero:

e nacquero a Troo tre figli senza macchia, Ilo, Assàraco e Ganimede simile ai numi, che fu il più bello fra gli uomini mortali.(Omero, Iliade, XX, 231-233)

Al giorno d’oggi Ganimede sarebbe il Mister Universo di turno. Proprio per la sua bellezza, Zeus lo volle accanto a sé nell’Olimpo, con la funzione di coppiere degli dèi (Fig. 5). E naturalmente l’assunzione alle sedi celesti comportava il dono dell’immortalità. La storia di come Ganimede giunse fra gli dèi ricevendo l’incarico di servire loro il nettare, la bevanda divina che assicurava l’immortalità, e l’ambrosia, il cibo degli dèi, è illustrata dallo stile immancabilmente brillante di Ovidio:

Ci fu una volta che il re degli dèi s’infiammò d’amore per il frigio Ganimede, ed ebbe l’idea di trasformarsi in una cosa che, una volta tanto, gli parve più bella che essere Giove: un uccello. Ma, fra tutti gli uccelli, non si degnò di trasformarsi che in quello capace di portare i fulmini, le armi sue. Detto fatto: battendo l’aria con false penne, rapì il giovinetto della stirpe di Ilo, che tuttora gli riempie i calici e gli serve il nettare, con rabbia di Giunone. (Ovidio, Metamorfosi, X, 155-161)

La storia è tutta qua. Ma l’episodio suscitò in campo artistico un interesse che, di primo acchito non ci si aspetterebbe di fronte a una vicenda che tutto sommato è piuttosto comune nella mitologia greca: il rapimento di una creatura bellissima da parte di un dio che se ne è innamorato. Pensiamo a Persefone – Proserpina per i Romani – rapita dal dio degli inferi Ade, oppure alle figlie di Leucippo rapite dai Dioscuri Castore e Polluce, o ancora ad Europa rapita da Zeus trasformatosi in toro.

Prima di passare alla rassegna artistica però, ritengo doveroso gettare luce sulla valenza ed il significato di questo mito, spesso preso di mira per ridicolizzare od esaltare il rapporto omosessuale. Quello che pochi sanno è che in questa storia l’omosessualità intesa come scelta o tendenza sessuale, non c’entra praticamente nulla.

Nella Grecia arcaica, prima della nascita della polis – quindi prima del VII-VIII secolo a.C. – il passaggio all’età adulta da parte di un ragazzo maschio avveniva attraverso un rito di passaggio, che consisteva in una pederastia iniziatica. Per la nostra cultura, questa parola suona mostruosa ma, come al solito, dobbiamo calarci nel contesto di allora prima di inorridirci. La parola “pederastia” deriva dal greco paidòs che è il genitivo della parola pais e che significa “ragazzo” ed erastès che significa “amante”. I “pederasti” erano dunque gli “amanti dei ragazzi”, ma attenzione: non si trattava né di stupratori, né di perversi.

Il pais, singolare di paides, era una fase della crescita, in particolare era legata all’organizzazione della comunità che non era ancora di tipo politico, ma si basava su classi di età. Come noi suddividiamo le età in infanzia, adolescenza, età adulta e via dicendo, i Greci avevano parole diverse per indicare le varie fasce di età di una persona; categorie che, proprio perché identificavano un membro della comunità, erano molto articolate. Il neonato infatti era chiamato brephos, il bambino che prende il latte materno è invece paidion, quando cammina è paidarios, fino a prima di andare a scuola è paidiskos, quando comincia ad andare a scuola è pais e, dopo altre età intermedie, a diciotto anni è efebos. Seguono le età successive che in questa sede non interessano.

Il pais è quindi il bambino che inizia la scuola, cioè si inizia ad essere pais a sei-sette anni. Quell’età naturalmente non è ancora adatta a trasformare un bambino in un uomo ed infatti l’iniziazione avveniva di norma a partire dai dodici anni fino ad un massimo di diciassette. Anche in questo caso, è bene non fare paragoni con la nostra realtà; si ricordi che a quel tempo, le ragazze si sposavano circa a quattordici-quindici anni. Quella che per noi oggi è una fascia adolescenziale, allora era il periodo di passaggio all’età adulta. Ciò che accadeva fra i dodici e i diciotto anni era che il ragazzo veniva allontanato dalla famiglia e affidato ad un adulto, il quale svolgeva il ruolo di pedagogo, ossia doveva insegnargli tutte le virtù, morali e politiche, che facevano di un maschio un uomo, e questa educazione prevedeva anche il rapporto sessuale in quanto – si credeva – attraverso di esso veniva “trasferita” la virilità al ragazzo. L’adulto che si occupava dell’educazione del ragazzo si chiamava erastes, cioè amante.

E dopo? Una volta divenuto adulto, il ragazzo doveva prendere moglie e prima o poi divenire anch’egli erastes. L’omosessualità era quindi solo una fase della vita e soprattutto quello che bisogna sapere, è che l’opposizione non si giocava in termini di omosessualità/eterosessualità, bensì in termini di attività/passività. L’uomo, il maschio, detentore del potere e responsabile delle sorti della comunità prima e della città poi, doveva essere “attivo”, perché il ruolo a cui era destinato necessariamente lo richiedeva. Il passaggio quindi all’età adulta era un passaggio dalla passività alla attività.

Alla luce di tutte queste considerazioni, è facile allora interpretare il mito antichissimo di Giove e Ganimede: Giove altri non è se non l’erastes, l’amante, colui che educherà il suo pais, Ganimede, affinché diventi un uomo. Il mito è dunque il simbolo e l’origine dell’iniziazione, maschile, che segna il passaggio dall’età adolescente a quella adulta. L’argomento, come si può immaginare, è molto complesso e delicato; la brevissima trattazione ora data, è volta a collocare nella giusta dimensione questo mito che, raccontato ai nostri tempi e senza un’adeguata conoscenza dell’etica sessuale nell’Antica Grecia, viene percepito e giudicato secondo criteri che non sono quelli appropriati: il bambino maschio sapeva che un giorno sarebbe stato “iniziato” ad essere uomo attraverso un rapporto con un adulto che era sia educatore che amante. Che poi l’esperienza sessuale potesse essere traumatica è un altro discorso, quel che è importante sapere è che la pederastia faceva parte del percorso educativo dei ragazzi. Non vi era invece per le ragazze nessun rito di passaggio perché esse, come è immaginabile, erano escluse dalla società in termini politici; in una società esclusivamente maschile, la loro funzione era solo procreativa.

E passiamo ora all’arte. Come dicevamo, il rapimento di Ganimede da parte di Zeus che, nella letteratura a differenza degli altri racconti, è stato narrato in modo così breve e senza dettagli particolari sullo stato d’animo dei protagonisti, ha invece infiammato la fantasia degli artisti fin dai tempi più antichi; non solo, ma il soggetto ha continuato a riscuotere un successo enorme anche nei secoli successivi, tanto che lo troviamo rappresentato fino al XIX secolo grazie al neoclassicismo. Numerosissime sono state le raffigurazioni del giovane o del suo rapimento sia nella pittura che nella scultura. E i nomi degli artisti sono altisonanti: fra i pittori troviamo Michelangelo, Rembrandt, Correggio, Rubens, Moreau, mentre abbiamo sculture del calibro di Cellini e Thorvaldsen, per citare solo i più famosi. Ma, come dicevamo, la rappresentazione non manca nemmeno nell’antichità, ai tempi della Grecia classica.

Prendiamo per esempio il gruppo in argilla del 480-470 a.C. rinvenuto in un tempio a Olimpia (Fig. 6). Zeus, il volto sorridente profuso dall’estatica serenità tipica della statuaria greca, sta correndo con in braccio un giovanissimo Ganimede che, a sua volta, tiene un gallo, il dono tradizionale di un ragazzo.

Questa scultura è importante per il periodo artistico in cui si inserisce. E’ infatti uno dei primi esempi di progresso dell’arte greca che passa dallo stile arcaico, più rigido nella rappresentazione del movimento e meno dettagliato nei lineamenti del corpo, a quello classico che si distingue in questo caso per la posa con una gamba leggermente flessa ed il peso del corpo spostato su di essa, rendendo così meglio l’idea del movimento. Anche il corpo viene rappresentato con maggior ricchezza di particolari grazie al panneggio delle vesti che ne lascia trasparire la muscolatura. Lo stile classico infatti punta tutto sulla bellezza e l’energia del corpo umano, per questo è importante la scelta di inaugurare il nuovo stile prendendo il più bello fra i mortali e il più grande fra gli dèi: la bellezza dell’essere umano ha carpito i sensi delle divinità stesse, il valore dell’umano è diventato divino. In questo Giove e Ganimede facciamo notare infine che le teste e soprattutto i capelli appartengono ancora allo stile arcaico ma, lo ripetiamo, si tratta di una delle primissime raffigurazioni classiche, e pertanto è una scultura di passaggio. Come tutte le statue greche era colorata, e tracce di colori vivaci si sono conservate in alcuni punti. Il gruppo in argilla si trova al Museo Archeologico di Olimpia.

Sempre nella Grecia classica dell’inizio del V secolo a.C., troviamo raffinati dipinti della coppia sugli oggetti in ceramica. Il cratere attico a calice attribuito al pittore Eucharides e datato 490-480 a.C. ne è un esempio (Fig. 7). In questo recipiente destinato a mescere il vino, possiamo osservare Ganimede con gli occhi ossequiosamente abbassati, nell’atto di versare il nettare divino a Zeus, il quale gli porge la sua kylix, il bicchiere da cui berrà. Il recipiente che tiene Ganimede è chiamato oinochoe, un vaso destinato in realtà a contenere il vino (vino in greco si dice “oinos”). Cosa bevevano allora gli dèi? Vino o miele? E possibile che il miele fosse considerato superiore al vino? In verità il fatto che il nettare, o ambrosia, fosse la bevanda divina per eccellenza è dovuto al semplice motivo che il vino fu un’invenzione successiva.

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Lo si deve infatti a Dioniso – Bacco per i Romani – il dio giunto in Grecia dall’Asia Minore ed il cui culto è antichissimo come testimoniano alcune tavolette cretesi risalenti al II millennio a.C.

Ai tempi in cui fu dipinto questo vaso, il vino era quindi ormai noto da un migliaio di anni; tuttavia il nuovo gusto unito ai suoi effetti, si diffuse stabilmente soltanto a partire dal V secolo a.C., quando la viticoltura divenne un’attività specializzata, e fu da quel momento che il vino sostituì definitivamente l’antichissima ambrosia. Ecco allora che dal recipiente che tiene Ganimede, possiamo capire che ciò che si prepara a versare non è più nettare ma vino.

L’aquila, uno dei simboli di potere di Zeus, è appollaiata in cima al suo bastone, evidentemente usato in qualità di scettro, altro simbolo di potere, ed è rivolta verso il dio, ad indicare chi detiene il comando. Il tripode su cui siede il re degli dèi e la maestosa tunica che lo avvolge contribuiscono di nuovo a sottolineare la regalità del dio.

Ganimede è invece nudo, ma non in contrapposizione alla potenza di Zeus, bensì per quel miracolo che rappresentava il corpo umano nella nuova visione del tempo. A differenza dei nudi maschili arcaici – l’uomo è stato infatti sempre rappresentato nudo – in cui i lineamenti

erano meno marcati, ora i muscoli sono ben evidenziati, segno appunto della nuova concezione del corpo umano. Egli infine ha i capelli corti, e questo può avere due spiegazioni: 1) Ganimede è stato ritratto in età adulta, probabilmente ad iniziazione appena avvenuta. I ragazzi infatti erano soliti portare i capelli lunghi fino all’adolescenza, mentre il passaggio all’età adulta ne prevedeva il taglio; 2) i capelli lunghi erano un’acconciatura tipica della Grecia arcaica, mentre nella Grecia classica si potevano vedere anche chiome corte. Questo cratere si può osservare visitando il Metropolitan Museum di New York.

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Un’altra pittura molto bella, simile alla precedente, è quella a figure rosse sulla kylix di Oltos risalente al 510 a.C. circa e conservata al Museo Archeologico Nazionale di Tarquinia (Fig. 8). Ganimede è raffigurato sempre nell’atto di versare il nettare nella kylix di Zeus, quest’ultimo seduto di fronte alla dea Hestia, la dea del focolare, protettrice della casa e della vita familiare.

Di nuovo, Ganimede è nudo ed il suo corpo è estremamente allenato, testimone senza pari della bellezza del corpo umano. I suoi capelli sono raccolti in lunghe trecce che, di nuovo si possono spiegare in due modi: 1) Ganimede non è ancora passato all’età adulta; 2) il vaso, della fine del VI secolo a.C., è uno degli ultimi dell’età arcaica, quando i capelli lunghi erano l’unica pettinatura usata.

Per finire la rassegna della pittura su ceramica, famosissimo è il Ganimede dipinto sul cratere attico a figure rosse del cosiddetto Pittore di Berlino e custodito al Louvre (Fig. 9). Anche questa è una pittura dell’inizio del V secolo a.C. (500-490 a.C.) e stavolta il fanciullo non è rappresentato nella sua funzione di coppiere degli dèi, bensì mentre gioca con il cerchio, mostrando così attraverso l’esercizio fisico la perfezione del suo corpo. Come nel gruppo in argilla da Olimpia, tiene in mano un gallo, il suo dono per Zeus. Se Ganimede nell’antichità è stato rappresentato soprattutto nella sua funzione di coppiere ed esaltato per la sua bellezza, a partire dal Rinascimento l’interesse si è spostato invece maggiormente sull’episodio del suo rapimento.

Nel 1533, Michelangelo dedicò al mito un disegno dalle sfumature erotiche. Ganimede (Fig. 10) è rapito non soltanto fisicamente, ma anche emotivamente e si abbandona estasiato all’abbraccio dell’aquila che lo porterà sull’Olimpo, vetta suprema simbolo della perfezione. Il disegno si trova al Fogg Art Museum di Cambridge.

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Superbo nel suo slancio verticale di 1 metro e 63 centimetri contro i 70,5 di larghezza, è il dipinto del Correggio custodito al Kunsthistorisches Museum di Vienna (Fig. 11). Qui tutto parla di ascesa al cielo, a partire appunto dalla scelta di rappresentare il rapimento di Ganimede su un pannello verticale, al cane alla base del dipinto strategicamente raffigurato di schiena il quale, puntandosi sulle zampe anteriori e alzando il capo verso sinistra, guida il nostro occhio lungo una curva che porta al fanciullo in volo aggrappato alle ali di Zeus. E ancora l’albero a sinistra ed il tronco che si interpone fra il cane e Ganimede, spezzato volutamente in maniera così aguzza, completano l’insieme di elementi verticali che caratterizzano la scena suggerendo l’idea di ascensione.

E’ Zeus con le sue ampie ali spiegate in contrapposizione alla appuntita coda d’aquila che capovolge la verticalità dell’azione concludendola in un traguardo orizzontale: Zeus è il punto d’arrivo del viaggio di Ganimede, la destinazione più alta.

La scelta cromatica infine è di supporto alla disposizione di tutti gli elementi verticali lungo la tela, perché guida la nostra retina nel percorso voluto dall’artista per la lettura del quadro: attratto dal bianco del mantello del cane, l’occhio si sposta al rossiccio del tronco mozzato che, a sua volta, lo spinge al candore del corpo del sorridente Ganimede per poi approdare sul vasto piumaggio scuro di Zeus in forma d’aquila, forte contrasto cromatico corrispondente alla chiusura orizzontale dello spazio. Questo è il “Rapimento di Ganimede” di Antonio Allegri da Correggio, datato 1531.

Se il Ganimede di Correggio sorride e si abbandona divertito a Zeus, completamente diverso è quello dipinto da un altro grande della pittura: l’olandese Rembrandt Van Rijn, che circa un secolo dopo, nel 1635, ritrasse il rapimento collocandolo nella prima infanzia del protagonista (Fig. 12). Come si vede infatti, Ganimede è poco più che neonato e piange disperatamente. E’ completamente terrorizzato come si può capire dall’urina che non riesce a trattenere.

Di primo acchito la reazione di questo Ganimede costituisce senz’altro una sorpresa per lo spettatore, ci si aspetterebbe un rapimento con meno pathos pur nella drammaticità della circostanza. Ma Rembrandt qui ha voluto rendere l’avvenimento il più realistico possibile, anche attraverso la scelta di un Ganimede bambino, come a dire “se accadesse veramente, questa sarebbe la reazione vera”; di fronte a un enorme rapace che plana all’improvviso nel suo largo abito scuro e lo strappa alla sua esistenza tranquilla, un bambino non potrebbe che mettersi a piangere e a urlare come nel più terribile degli incubi.

Ma, volente o nolente, il destino di Ganimede era stabilito fin dall’inizio e lo si può notare dal grappolo d’uva che tiene nella mano sinistra. L’uva diventerà il vino che il piccolo verserà nella coppa di Zeus e degli altri dèi non appena l’aquila giungerà all’Olimpo, regalandogli l’immortalità.

Il quadro di Rembrandt “Il ratto di Ganimede” dipinto su una tela di 177x130 cm, si trova nello Staatliche Kunstsammlungen di Dresda.

Degli stessi anni è “Il rapimento di Ganimede” di Rubens, dipinto negli anni 1636-1638 e conservato al Museo del Prado di Madrid (Fig. 13). Le pennellate diagonali impresse al cielo seguono il volo dell’aquila che si attorciglia alla vita di un Ganimede colto di sorpresa, e la scena si carica di velocità. Pare di sentire il fruscio di quel planare rapido sulla preda fortemente bramata. L’azione è così fulminea che Ganimede non ha il tempo di rendersi conto di cosa sta succedendo, riesce solo a volgere gli occhi al cielo e a dischiudere le labbra in una muta esclamazione di stupore.

La prospettiva in cui il rapimento è ritratto è diversa, ma come si può notare, il modo in cui l’aquila prende Ganimede è lo stesso di quello dipinto da Michelangelo. Solo la reazione del fanciullo cambia, beato nel quadro di Ganimede, confuso in quello di Rubens. Stupito ma non spaventato è invece il Ganimede di Gustave Moreau del 1886, purtroppo non visibile dal vero perché proprietà di una collezione privata (Fig. 14). Moreau ha intitolato il quadro semplicemente “Ganimede”. E’ infatti la sua figura dalle tonalità chiare che attira immediatamente l’occhio, il quale solo dopo si sposta sugli altri elementi della tela: l’aquila dal ciglio severo e solenne che volge già lo sguardo alla destinazione finale, l’Olimpo, e poi il cane, che come nel dipinto del Correggio fa parte dei protagonisti della vicenda e osserva incredulo Ganimede involarsi. Si notino i raggi dorati attorno alla testa dell’aquila-Zeus e l’aureola ammantata di luce dietro il capo di Ganimede; come nelle icone medievali dove la colorazione dorata simboleggiava la santità, Moreau sembra aver voluto santificare il fanciullo attraverso il tocco di un’aquila dietro cui si cela una divinità, come si capisce appunto dalla corona luminosa che splende dietro la testa dell’animale.

Il rapimento di Ganimede è sacro, frutto di un disegno divino stabilito da chissà quando dal signore degli dèi e degli uomini: Zeus.

Se la pittura è stata particolarmente feconda nella rappresentazione di questo mito, non da meno lo è stata la scultura, che ha visto impegnati artisti di grande fama e talento.

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Benvenuto Cellini nel 1550 ha scolpito un Ganimede in posizione di comando rispetto a quanto abbiamo visto finora (Fig. 15). E’ infatti in piedi, l’aquila appoggiata alle sue gambe con il capo alzato e teso a guardarlo, e pende letteralmente dalle sue labbra. La situazione si è qui dunque capovolta: Zeus appare sottomesso dal fanciullo, che lo guarda dall’alto in basso nella posa di chi gli sta per versare il vino e che, oltre a incarnare il valore della bellezza, si fa soprattutto espressione del potere dell’amore, in grado di conquistare tutti, anche il più sommo degli dèi. Cellini inoltre non si è accontentato di scolpire il mito nel marmo, ma ha voluto rappresentarlo anche nel bronzo. Risale a qualche anno prima (1546 circa) la statua in bronzo di Ganimede stavolta in groppa all’aquila (Fig. 16) che, di nuovo, come nella scultura precedente assume così la posizione di comando; del tutto sicuro di sé, sta infatti dando le direttive a Zeus che si appresta a spiccare il volo. Entrambe le statue sono conservate a Firenze, al Museo Nazionale del Bargello. Nel 1817 un altro genio della scultura, il danese Bertel Thorvaldsen, contemporaneo di Antonio Canova, immortalò anch’egli Ganimede nel marmo, un soggetto evidentemente a lui estremamente caro dal momento che lo ritrasse in numerose sculture. La statua (Fig. 17) si trova dal 2007 al Hermitage di San Pietroburgo e rappresenta il fanciullo nella sua funzione di coppiere. I lineamenti, come si vede nel dettaglio di Fig. 18, sono semplici e idealizzati, estremamente delicati, in sintonia con la grazia con cui il ragazzo si appresta a versare il nettare.

Al Chrysler Museum of Art di Norfolk in Virginia, si trova invece il bellissimo gruppo, firmato sempre da Thorvaldsen, in cui Ganimede è inchinato e si appresta a dissetare Zeus in forma d’aquila (Fig. 19). Il fanciullo si prende cura del rapace con intima e delicata premura, creando così un’atmosfera di densa complicità. Proprio l’estrema eleganza unita all’altrettanto straordinaria semplicità dei tratti, interpreta eccellentemente il pensiero della corrente neoclassica che si affermò nel XIX secolo, dove il fine era rappresentare la bellezza ideale, ispirandosi a coloro che ne furono gli artefici primi, ossia i Greci.

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Ilaria Sganzerla

 

 


Figure:

  • Fig. 5: Uranographia di Hevelius
  • Fig. 6: http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/b/b2/Zeus-Gany-sculpt1.jpg
  • Fig. 7: http://www.vroma.org/images/mcmanus_images/paula_chabot/zeus_ganymede.jpg
  • Fig. 8: http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/c/c2/C0009.jpg
  • Fig. 9: http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/4/4b/Berlin_Painter_Ganymedes_Louvre_G175.jpg
  • Fig. 10: http://www.wga.hu/frames-e.html?/html/m/michelan/4drawing/1cavali1.html
  • Fig. 11: http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/f/f3/Correggio_026.jpg
  • Fig. 12: http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/5/52/Rembrandt_-_Ganymede.jpg
  • Fig. 13: http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/7/7a/Ganyrubn.jpg
  • Fig. 14: http://www.the-athenaeum.org/art/display_image.php?id=16143
  • Fig. 15: http://www.scultura-italiana.com/Galleria/Cellini%20Benvenuto/imagepages/image10.html
  • Fig. 16: http://www.rositour.it/Arte/Cellini%20Benvenuto/Ganymede%20(bronzo-Firenze).jpg
  • Fig. 17: Bertel_Thorvaldsen-Ganymede_pore_a_%2522cup_of_nectar%2522-Hermitage.jpg
  • Fig. 18: http://arte.stile.it/gallerie/galleria.php?bIntro=1&galid=1684483
  • Fig. 19: http://bp0.blogger.com/_uulR2wZS-bM/Rt_L9JXjMQI/AAAAAAAAAXw/y0zUVHnnkoY/s1600-h/THORVALDSEN_Berthel_Ganymede_Waters_Zeus_As_An_Eagle.jpg

Bibliografia:

  • DELI – Dizionario Etimologico della Lingua Italiana, Seconda Edizione, Ed. Zanichelli, 1999
  • Dizionario di mitologia greca e latina, Ed. UTET, 2002
  • Eva Cantarella, Secondo natura. La bisessualità nel mondo antico, Ed. BUR, 2007
  • John Boardman, L’Arte Greca, Ed. Rusconi, 1995
  • Omero, Iliade, Einaudi, 1989
  • Ovidio, Metamorfosi, Einaudi, 1999

Internet:

  • http://digilander.libero.it/andromacadgl2/acconciature.htm
  • http:it.wikipedia.org/wiki/Bertel_Thorvaldsen
  • www.squidoo.org/topics/arts

 

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